Si può non perdonare la mamma?
Le ricorrenze sono sempre un’occasione per fare il punto su dove siamo e la festa della mamma porta con sé ambivalenze e domande. I social ieri erano pieni di dediche alle mamme, vive o morte, “buone” o “cattive”, talvolta addirittura terribili, ma ecco che il post o la storia compaiono ugualmente.
Ed allora la domanda mi sorge spontanea: è giusto perdonare sempre e comunque perché “è la tua mamma” (ma la stessa cosa vale per il papà) o si rischia di idealizzare questa figura, raccontandoci una realtà diversa da quella che abbiamo vissuto?
A questo proposito gli psicoterapeuti si dividono in due grandi schieramenti: da una parte quelli che sostengono che per stare bene, superare i traumi ed essere felici bisogna perdonare i genitori, partendo dal principio che hanno fatto quello che hanno potuto e che avevano il passato e/o gli strumenti che avevano. Il concetto di fondo, in questo caso, è che se non perdoni non guarisci.
Dall’altra parte ci sono gli psicoterapeuti che considerano le attenuanti dei genitori, ma che tengono anche conto della sofferenza e dei danni subiti dai figli, del dolore e delle conseguenze che si portano dietro per tutta la vita. E quindi si, possiamo sapere e comprendere che il genitore ha fatto del proprio meglio, ma anche realisticamente vedere che il suo meglio non era assolutamente abbastanza e che comunque, nonostante magari le migliori intenzioni, il risultato è che è stato un pessimo genitore. In questo approccio il concetto di base è che posso comprendere, ma non necessariamente perdonare. E sto bene lo stesso.
Una terza visione, che è anche la mia, è quella del TIST (Trauma-Informed Stabilization Treatment) e del relativo lavoro con le parti. Le persone traumatizzate hanno varie parti spesso non integrate tra loro che, a seconda del momento o del “trigger” si attivano e, se non si sa gestirle, prendono il sopravvento. Ed ecco che in relazione al rapporto con una madre (o un padre) traumatizzante c’è una parte piccola di età che ama tantissimo il genitore e farebbe di tutto per renderlo felice e per essere amata da lui/lei. E che per difendersi dalla dolorosa realtà che mamma non è adeguata o è malata o è traumatizzante, si racconta le cose in modo da poterle reggere, il che implica pensieri quali “non mi ama perché non sono amabile”, “lei è buona, sono io che ho qualcosa di sbagliato”, “se non mi avesse dato tutte quelle botte non avrei imparato l’educazione” ecc. ecc.
Ma, per fortuna, siamo diventati adulti e, nonostante tutto, abbiamo anche una parte adulta che adesso può rivedere gli eventi del passato in maniera più oggettiva, capendo realmente il perché il genitore si comportava così, ma tenendo in considerazione il fatto che ciò che ci è successo ha lasciato tracce indelebili su di noi, cicatrici che hanno avuto ed hanno ripercussioni sulla nostra immagine di noi, sul nostro essere genitori, sulle nostre capacità relazionali e scelte di partner.
Da adulti, se abbiamo fatto una buona psicoterapia riusciamo ad accettare il fatto che i genitori che avremmo desiderato da piccoli, per noi non ci sono stati, né mai ci saranno; abbiamo imparato a difenderci mantenendo da loro la giusta distanza che ci permette di prendere quel poco che possiamo avere da loro senza permetter loro di farci del male. E sopportiamo il dolore di quella distanza ed il relativo senso di colpa ricordandoci costantemente che tutti i comportamenti hanno delle conseguenze e che la nostra rabbia e distanza emotiva e relazionale non è altro che la conseguenza dei loro comportamenti.
E quindi si, si può amare un pessimo genitore e allo stesso tempo essere arrabbiati con lui/lei e si può anche comprenderlo senza perdonarlo del tutto. E va bene così.


